Palazzo Velluto a Coste capitolo 2/ Corduroy Mansions ch.2

10 February 2012

[English original text copyright (C) Alexander McCall Smith 2009. Italian translation by Rob Nowell.]

2. Affari di velluto a coste

L’appartamento occupato da William e Eddie si trovava all’ultimo piano di un edificio da quattro piani a Pimlico conosciuto come Palazzo Velluto a Coste. Non era un condominio tipico di Londra. Il nome era stato inventato – scherzando, ma con una notevole misura di degnazione – da un inquilino precedente, ma Palazzo Velluto a Coste era rimasto, e un soprannome dispregiativo era diventato uno affettuoso. Il velluto a coste possedeva qualcosa di sicuro, qualcosa di rassicurante, e mentre avrebbe potuto ideologicamente essere un vicino stretto del tweed, era leggermente meno … meno … alla fine, meno simile al tweed. Dunque, mentre sentirsi chiamato tipico del tweed avrebbe sgomentato William, non sarebbe stato infastidito essere nominato tipico del velluto a coste. Il velluto a coste aveva qualcosa leggermente bohème; era un indizio, forse, di liberalità nel modo di vedere, di apertura ad alternativi – di un’indole un po’ artistica.
Il Palazzo Velluto a Coste era stato costruito all’inizio del novecento, frutto di un accesso di entusiasmo per il movimento Arts and Crafts. Era un’epoca in cui la gente parlava ancora l’uno all’altro, in frasi; cosa che poi era diventata inconsueta, ma almeno gli occupanti di tutti gli appartamenti Velluto a Coste continuavano a conversare – almeno a volte – con i loro vicini, e sembravano anche godersi nel farlo. «Ha un’aria di vita vissuta» osservò uno dei residenti, e quello era sicuramente vero. Mentre nei palazzi più alla moda a qualche passo, a Eaton Square, o simile, ci sarebbero stati appartamenti che rimanevano sfitti per la maggior parte dell’anno, o appartamenti occupati da persone esotiche, quasi invisibili, spettri opulenti che scivolavano dentro e fuori dai loro portoni senza scambiare una parola con i loro vicini, tutti coloro che avevano un appartamento al Palazzo Velluto a Coste ci vivevano anche. Non avevano un altro posto. Casa loro era Palazzo Velluto a Coste.
La scalinata era l’ambiente per la maggior parte di questi incontri personali, anche se ogni tanto si teneva una riunione dove tutti gli inquilini si riunivano per discutere affari di interesse comune. C’erano le riunioni che si tennero all’appartamento di William sull’argomento della nuova moquette per la scala – una questione che c’erano voluti più di sei mesi di negoziazioni delicate per risolverla – e ci fu anche una riunione su quale colore scegliere per dipingere il portone. In queste occasioni era sempre Wiliam a presiedere, essendo lui non solo il residente più anziano, ma anche il più dotato dalla gravitas richiesta per trattare con il proprietario, un’impresa senza volto in Victoria che sembrava non considerare le lettere che riceveva.
«Stanno in uno stato di negazione» disse William. «Siamo vincolati a loro per i prossimi centoventi anni, e stanno nello stato psicologico di negazione.»
Ma il proprietario faceva alla fine quello che era necessario, e anche se non si avrebbe potuto descrivere il Palazzo Velluto a Coste come ben ordinato, almeno non sembrava essere in crollo.
«Mi va bene questo vecchio posto» osservò William a la sua amica Marcia. «È come un guanto vecchio, familiare e comodo.»
«O un calzino vecchio, pure» disse Marcia, fiutando l’aria. Marcia era sempre pronta a percepire un puzzo, e aveva spesso accennato un leggero odore sulla scalinata.
Marcia era organizzatrice di feste. Dieci anni prima aveva fondato la Tavola di Marcia, un’impresa specializzata nel fornimento per nozze piccole, pranzi per consigli di amministrazione, e simili. A dire il vero, chiamare la Tavola di Marcia un’impresa era darle un lustro oltre a quello che meritava. La Tavola di Marcia consisteva di Marcia e nessun altro, oltre agli aiutanti che ingaggiava per servire e pulire: giovani australiani, polacchi, rumeni, entusiasta tutti – all’eccesso – e completamenti privi della scontrosità che affliggeva i loro coetanei britannici. Era Marcia che programmava i menu, comprava i rifornimenti, e cucinava. Ed era Marcia che spesso portava gli avanzi a Palazzo Velluto a Coste e li lasciava all’appartamento di William. Lui le aveva fornito una chiave – in un gesto impulsivo di amicizia – e a volte rientrando a casa scopriva un tegame di gulash posato sul fornello, o mezzo piatto di vol-au-vent solo pochissimo fradici, o salsiccine impalate su stuzzichini, come pupe in una collezione di farfalle.
Era premurosità dalla parte di lei, toccata, forse, da un minimo pizzico di interesse personale ambizioso. A Marcia piaceva William; le piaceva parecchio. Era una tragedia, pensava, che stava da solo; che spreco di un uomo perfettamente buono! Dal suo lato lui non aveva mai mostrato interesse per lei oltre a quello che si sente per un amica comoda – il tipo di interesse che non arriva a gesti di affetto fisico. Capiva: una donna riesce a leggere queste cose, soprattutto una donna comprensiva e sensibile emotivamente come si credeva essere Marcia. No, William non aveva mostrato segni di desiderare vicinanza, ma questo non valeva dire che non l’avrebbe potuto farlo in futuro. Quindi continuava con gli approcci culinari, e lui, sazio di vol-au-vent, rifletteva sulla sua buona fortuna di avere un’amica come Marcia. Ma nella sua mente era solo un’amica, fermamente a quello lato della linea.
L’intoppo, pensava Marcia, era Eddie. Se William abitasse veramente da solo, e non condividesse con il figlio, lo stimava probabile che sarebbe stato più recettivo all’idea di un legame con una donna. L’avere il figlio con sé lo disconcentrava e gli ammorbidiva la solitudine. Se solo Eddie andasse via – ed era sicuramente l’ora per lui di volare via dal nido – le sue prospettive migliorerebbero.
Sfortunatamente , Marcia una volta s’era lasciata sfuggire la sua bassa opinione di Eddie, incautamente descrivendolo come uno ‘spreco di spazio.’ Non era stato saggio – lo sapeva – ma era stato detto, ed era stato detto quando Marcia era andata a trovare William dopo aver cucinato per un ricevimento piuttosto difficile, aveva avuto forse due bicchieri di vino di troppo. Eddie era stato nell’appartamento, ascoltando il dialogo dal corridoio. Non piace a nessuno essere descritto in quel modo, e aveva contratto le labbra arrabbiato. Aspettò che il padre lo difendesse, come deve fare ogni padre quando il sangue del suo sangue, il suo proprio DNA, viene descritto come uno spreco di spazio. Aspettò.
«Quello è un po’ duro con il ragazzo» disse alla fine. «Dagli tempo. Ha solo ventiquattro anni.»
Forse Marcia si pentì del lapsus, perché non disse più niente. Ma poi Eddie sentì William dire: «Certo, c’è una teoria della psicologia che tanti uomini maturano solo a ventotto anni. Hai sentito dire di quello? Mi sembra tardino, ma dicono così.»
Eddie si era girato e rientrato furtivamente in camera sua, un Polonio in ritirato da dietro all’arazzo. Quella donna, pensò, quella donna ruvida è in caccia al mio babbo. E se lo chiappa, prende tutto quando lui si tira il calzino – l’appartamento, l’enoteca, il vecchio Jaguar. Tutto. Bisogna fermarla.
Poi pensò: ventotto? Vent-otto?

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